Una svecchiata

Colgo al balzo questa mattinata libera e mi rimetto un po’ dietro al blog. Non troppo, non sono dell’umore migliore ma neppure di quello peggiore.

Il blog, dicevo, un blog trascurato che un tempo remoto ho coltivato un po’ e che poi è caduto in abbandono. Come tante, troppe cose. Oggi ho dato una mano di vernice ai widget che vedete a destra, in particolare ho aggiornato serie e letture. Le letture, queste sconosciute, si riducono al secondo capitolo di Malazan: Book of Fallen dal titolo “La Dimora Fantasma”. Un libro che continua la vicenda narrata ne “I Giardini della Luna” lungo un sentiero di costante evoluzione: migliora lo stile, il mondo diventa più vasto e dettagliato, la vicenda (già ottima) si arricchisce e diventa (appena) più chiara.
L’ho già consigliata, la riconsiglio. E’ lunga, difficile, a tratti confusa… ma è un esempio di come si possa creare un’opera vasta senza trascurare il dettaglio. Se il blogger vorrà, ne riparleremo…
Letture, dicevo… come quelle del mese prossimo. Perché ormai ci siamo, A Dance with Dragons è prossima ad uscire interamente (finora ci sono in commercio le parti 1 e 2, maledetta Mondadori!) in Italia e così potrò riprendere la storia degli Stark e dei Lannister da dove l’avevo lasciata. Non so se voglio dare 60 e passa euro alla Mondadori, valuterò… in un modo o nell’altro (le biblioteche… che pensavate?) l’inverno arriverà all’insegna del Winter is Coming.

E poi? Poi aspetteremo il vecchio… sperando che si sbrighi.

Serie, dicevo… le serie che sto seguendo sono quelle che vedete a fianco. Nello specifico:

Homeland -> laffigata made in Showtime. L’agente Carrie Matheson non è più un agente. La Cia l’ha cacciata e i suoi sospetti, dimostratisi sbagliati, sul deputato ed ex prigioniero in Iraq Nicholas Brody, l’hanno gettata nello sconforto e nella depressione. Una serie mozzafiato, dalle prime tre puntate in grado di pareggiare, se non superare, la meravigliosa season 1.

Doctor Who -> Il Dottore è il Dottore e chi mi legge un po’ lo sa. Al momento è in pausa ma Natale sta arrivando (semicit.). La prima parte di stagione è stata nella media, mi sarei aspettato di meglio. Ma sono stato abituato bene. Da considerare, però, una premiere col botto e un season finale da lacrimucce.

Dexter -> Sette stagioni e ancora il killer dei serial killer non ha capito che se uno non lo accoppa quando deve poi ci va di mezzo lui stesso. Come buttare al macero sei stagioni e tutte le manfrine sull’evoluzione del personaggio. Però Dexter è Dexter, il carisma c’è e le acque – chi ha seguito la sesta stagione lo sa – si smuovono. Speriamo bene.

Alphas -> Una serie che passa tanto, forse troppo in sordina. Ma una serie che – a me – piace e non poco. La seconda stagione è prossima alla conclusione ma si nota che è maturata, sia nella trama che nelle relazioni fra i personaggi e nell’evoluzione delle dinamiche. Se la prima era un diversivo, questa seconda stagione è una piacevole sorpresa.

The Walking Dead -> E’ presto per parlarne ma… premiere col botto. Se accoppano il bimbo-scemo, diventa un must.

Revolution -> Made in JJ Abrams: sinonimo di qualità (Lost) e di porcate (tutto il resto). Molti la criticano, a me piace. E’ ambientata in un mondo che si è spento e che – per citare S. K. – è “andato avanti”. Troppo abbozzata l’ambientazione e ridotto l’arco temporale (quindici anni sono pochi per parlare di un mondo così riorganizzato come quello di Revolution, almeno secondo me). Non amo neppure le scene di azione, spesso spartane e all’insegna dell’uno-contro-tutti. Ma la trama, quella sì, è intrigante. I Believe.

Infine ci sarebbe Last Resort. Ho visto la premiere, molto valida, e ho visto la seconda puntata. Per me è pollice in sù. Però il tempo è poco – ho pure ripreso gli studi, non c’è limite al masochismo – e gli ascolti della serie fanno gridare al taglio imminente. Aspetto un po’, quindi.

E quindi ci siamo, arrivano i saluti e i buoni propositi: vorrei davvero svecchiare il blog, magari cambiandogli intonaco o, forse, spostandolo altrove. Vorrei anche ripetere i progetti di scrittura. Sebbene il committente me lo sia considerato da solo, vorrei dare un seguito alla vicenda di Nake e dell’amicone Jolly. Ma non ora, non oggi, non in questa settimana…

Vi saluto, gente.
Qwertyminus.

Il Pozzo e il Pendolo – Ci provo

Nell’ultimo anno mi sono avvicinato, per la prima volta, al mondo dei racconti brevi. Pochi caratteri, piccole storie, spesso in grado di avvinghiare il lettore come poche altre opere. A riprova che non è il numero di parole a garantire la profondità di un testo.

Con questo post inauguro quella che nelle mie intenzioni sarà una serie di post tematici sull’argomento. Obiettivo: presentare, trattare e forse recensire racconti dalle provenienze più disparate. In alcuni casi il racconto potrebbe essere di un nome famoso, in altri potre pescarlo chissà da dove. Il primo racconto che tratterò, come si intuisce dal titolo, è Il Pozzo e il Pendolo, di Edgar Allan Poe.

Innanzitutto, qualche cenno bibliografico. Il Pozzo e il Pendolo, scritto dal maestro Edgar Allan Poe, viene per la prima volta pubblicato nell’opera The Gift: A Christmas and New Year’s Present for 1843 , pubblicata appunto nel 1843 – un anno dopo la presunta conclusione dell’opera.

Il racconto rientra nel novero delle pubblicazioni sul terrore di Poe ed è ambientato a Toledo negli anni dell’Inquisizione spagnola, a cavallo fra il 1803 e il 1813. Non sono a conoscenza delle varie trasposizioni cinematografiche ma, da una rapida ricerca, il più interessante sembra quello del 1961 diretto da Roger Corman. Ma pensiamo al racconto…

La trama

Un processo, l’avvio del racconto è tutto qui. Un inizio in media res, senza che ci sia dato sapere il perché il protagonista si trovi davanti ai giudizi dell’inquisizione. Qualunque sia la sua colpa, il protagonista sembra esserne consapevole. E sembra conoscerne la gravità…

Il processo resta sospeso, fra delirio, sogno e disquisizioni varie che spengono l’obiettivo sulla storia per riaprirlo a verdetto sancito. Quel che resta è il buio di una cella, una sentenza scritta e un pover’uomo che vive l’attesa… perché è questa la tematica più premente, almeno ai miei occhi. L’attesa di un uomo per la propria morte, senza che possa farci nulla…

Il buio della sua cella è tutto ciò che ha, il buio e la forza di conoscere la forma della sua fine. Nella sua mente (e in quella del lettore) si costruisce un angolo dopo l’altro la sua prigione, diventa consapevole di ciò che lo circonda e cerca di capire come arriverà la sentenza fin quando il tutto perde valore in seguito a una caduta che gli salverà la vita. Ma solo per un istante… Perché l’uomo è solo, è in trappola, e la sua sentenza è scritta.

L’attesa chiama il terrore, piega il protagonista e porta con sé i dubbi. Il pozzo e il pendolo, i due volti della tortura, sono due elementi statici: il primo è al centro della stanza, attende l’uomo come l’uomo attende la sua fine. Il pendolo va giù, inesorabilmente giù, lentissimamente giù ma segue un suo sentiero, un suo percorso predefinito. Sfuggirgli non è impossibile, e infatti… ma perché farlo, quando sei al centro di una trappola e il tempo e l’attesa continuano a piegarti?

 

La seconda anima

Un’anima più pressante, frenetica, è quella che si scatena alla fine del racconto. Quando l’uomo – il protagonista – è ormai al culmine, sul punto di cedere. Ma qualcosa si sta scatenando, qualcosa di violento che non richiede altra attesa. Ed ecco che il mondo attorno a lui cambia, accelera e il finale si avvicina…

Un finale di cui non vi scrivo nulla perché a mio modesto parere è la parte meno importante dell’intero racconto, il tempo e l’attesa lasciano spazio all’irruzione della storia nella vicenda e alla fine (?) di tutto richiamando un corso degli eventi che, almeno nel mio caso, avevo rimosso circa a metà del racconto quando ero ormai rapito da tutto il resto.

Non sarò il massimo come recensore (un tale, una volta, mi disse ‘Ti spiegherò due-tre cose in merito’ ma non l’ha mai fatto) ma l’esperimento lo riproverò.

Namaste,
Qwerty.

Meme, libri e continuazione

Io coi titoli (che non c’entrano) ci so fare. Diciamocelo chiaramente. Ecco il link alla prima parte. La spezzatura è dovuta a cause di forza maggiore (non potevo stare al Pc).

8) Un libro che consiglieresti: Il già citato Siddharta, di Hermann Hesse: un libro che ti fa riflettere (ammesso che non ti faccia dormire, sono schietto); 1984 La Fattoria degli Animali di George Orwell perché descrivono e spiegano la nostra storia pur essendo (apparentemente) totalmente fuori al reale; Il Signore delle Mosche di William Golding. Ah, dovevo consigliarne uno solo? Allora L’Isola del Tesoro di Louis Stevenson ve lo risparmio.

9) Un libro che ti ha fatto crescere: 1984, senza dubbio. Non vorrei essere ripetitivo ma è così.

10) Un libro del tuo autore preferito: Va bene se è ancora nella mia lista desideri, vero? Le Torri di Cenere di George R.R. Martin.

11) Un libro che prima amavi e che ora odi: Amore? Odio? Si mangiano?

12) Un libro che non ti stancherai mai di rileggere: L’Isola del Tesoro: è stato il mio primo, vero, libro. Meraviglioso.

13)  Il libro che in questo momento hai sulla scrivania: La casa buia (Gone baby gone) di Dennis Lehane: uno degli incompiuti storici. Ogni due/tre mesi lo riprendo, ne leggo una decina di pagine e poi finisco per tralasciarlo. Ma la cosa strana è che mi piace…

14) Il libro che stai leggendo in questo periodo: Ho da poco finito l’Ombra della Profezia di Martin e ho preso in mano La Casa Buia, appunto.

15) Apri il primo libro che ti capita tra le mani ad una pagina a caso e inserisci la foto e la prima frase che ti salta agli occhi:

“Corwin annuì e lasciò cadere le mani lungo i fianchi”

U_U

16) La tua copertina preferita:

17) Il personaggio con cui ti vorresti scambiare di posto per un giorno:

Robb Stark, il figlio di Lord Stark nelle Cronache. Per impedire che… Non posso dire di più.

18) Il primo libro che hai letto:

Ricordo un libro dal titolo Capitan Mutanda o qualcosa del genere. Era della serie Il Battello a Vapore e lo “pescai” dalla biblioteca di classe ai tempi delle elementari.

19) Un libro il cui film ti ha deluso:

Ho il brutto vizio di vedere prima, leggere dopo. Piuttosto che un film, mi sta un po’ deludendo Il Trono di Spade che è la serie tratta da Asoiaf. Fra prima (ottima) stagione e seconda ho letto tutto il leggibile e noto un po’ di cose che mi lasciano perplesso.

20) Un libro dove hai ritrovato un personaggio che ti rappresentasse:

Non lo so… forse Smith: lui è un uomo in mezzo a non-uomini. Lui è l’ultimo uomo… ogni tanto mi sento un po’ così, troppo diverso da molti altri…

21) Un libro che ti ha consigliato una persona importante per te:

Non penso che ce ne siano…

22) Un libro che hai letto da piccolo:

L’Isola del Tesoro di Stevenson

23) Un libro che credevi fosse come la gente ne parlava e invece sei rimasta o delusa o colpita:

Un po’ tutti. E’ raro che quel che dice la gente spesso si riveli corretto. Non per la gente, eh… spesso i gusti sono soggettivi. Palahniuk viene spesso considerato un genio e, quando comprai Cavie, avevo qualche aspettativa. Poche pagine e capii che se un genio lo era, non era un genio adatto a me.

24) Il libro che ti fa fuggire dal mondo:

Tutte Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (Asoiaf) anche se I Fiumi della Guerra della stessa saga è quello da cui sarei voluto fuggire io.

25) Un libro che hai scoperto da poco:

I Giardini della Luna di Steven Erikson che mi accingo ad iniziare a giorni dopo aver leggiucchiato qualcosa qua e là.

26) Un libro che conosci da sempre:

Libro libro o basta che sia un romanzo? Perché ci sarebbe il mio. Quello lo conosco da quando era soltanto un’idea allo stato embrionale.

27) Un libro che vorresti aver scritto:

La Gre parla giustamente dei soldi della Rowling e… vogliamo darle torto? Però a me piacerebbe creare un mondo, bello e reale come quello di Martin. E mi pare che il panciuto vecchietto non se la passi poi così male, no?

28) Un libro che farai leggere ai tuoi figli:

Gli consiglierei La Fattoria degli Animali di Orwell. Una favola e una lettura della storia senza eguali.

29) Un libro che devi ancora leggere:

Un libro che mi hanno regalato qualche settimana fa. E a regalarmelo è stato l’autore. Ho paura che, quando lo rivedrò, mi chiederà cosa ne penso :fermosi:

30) Un libro che ti ha commosso:

Montedidio di Erri De Luca.

Meme, libri ed emozioni

Non si può fermare un’emozione. Questo post sentivo di volerlo iniziare in questo modo. Il meme in questione è ripreso in maniera spudorata dal blog delle amiche Vale e Gre al loro, aggiungo il mio. Vediamo quanto ho di mio da aggiungere.

 

1) Il tuo libro preferito.

L’ho scritto. Devo averlo scritto. Ho amato alla follia 1984 di George Orwell e credo sia il libro che più di ogni altro mi abbia trasmesso qualcosa.

 

2) La tua citazione preferita.

Più che una citazione è un dialogo. In corsivo, per i puristi, la citazione vera e propria.

“Ognuno prende, ognuno dà. Così è la vita.”
“E tu, se non possiedi nulla, cosa vuoi dare?”
“Ognuno dà di quello che ha. Il guerriero la forza, il mercante la merce, il saggio la saggezza, il contadino il riso, il pescatore i pesci.”
“Benissimo. E che cos’è che tu hai da dare? Che cosa hai appreso, che sai fare?”
Io so pensare. So aspettare. So digiunare.

Il dialogo è tratto da Siddharta, di Hermann Hesse.

 

3) Il tuo personaggio preferito di un libro che hai letto.

Sorprenderò anche me stesso: Davos Seaworth, il cavaliere delle cipolle della saga A song of Ice and Fire. Un personaggio tratteggiato divinamente, nei suoi pregi e nei suoi difetti. Un uomo semplice, come le cipolle da cui deriva il suo lignaggio. Non volevo scadere nel solito – amabile – Winston Smith e quindi scelgo il buon Davos.

 

4. Il libro più brutto che tu abbia mai letto:

Cavie, di Chuck Palahniuk. Per me quello non è proprio un libro.

 

5) Il libro più lungo che tu abbia mai letto:

Senza contare le saghe penso che l’onore tocchi a L’Ombra dello Scorpione di Stephen King.

 

6) Il libro più corto che tu abbia mai letto:

Penso che sia L’occhio di Giada, un vecchio giallo che comprai una decina d’anni fa in una bancarella in quel di Roma. Ero lì in vacanza e mi prese lo sfizio: il libro l’ho ancora oggi ma non ricordo assolutamente nulla.

 

7) Il libro che ti descrive:

Non esiste. O forse sì, ma ancora oggi non lo conosco.

 

Nel pomeriggio posto la seconda parte. Ciaociao.

Si respira

E’ bello, ogni tanto, avere l’idea che l’aria attorno a te migliori. Sì, lo so… ogni volta che dico così è l’attimo prima di quello in cui mi deprimo e parto con gli sproloqui. Ma perché non dirlo?

Approfitto del buon momento per mettere mano alla tastiera e buttare giù alcune di quelle battute che rimando da tempo. Stavolta mi sposto nell’ambito fumettistico e lo faccio con attenzione al panorama nostrano. Prima un’immagine: chi la riconosce batta un colpo.

Caro-benzina? C'è la monometilidrazina (o qualcosa del genere)!

Premetto che nello scrivere queste righe i miei occhietti luccicano, ne va della mia infanzia/giovinezza. Una giovinezza che una decina di estate fa mi ha fatto conoscere un tale Pk (Pikappa), fumetto interamente italiano che riportava in copertina il celebre marchio Disney.

La mission di quei bontemponi dei redattori era ambiziosa: usare il mondo disney per creare una storia tutta nuova che proiettasse il lettore verso un orizzonte nuovo rispetto ai vari prodotti orientati allo stesso target.
Non si parla semplicemente di maturità nei temi trattati – cosa che nella Disney i.m.h.o. c’è sempre stata – quanto piuttosto di presentare al lettore un mondo ricco e profondo, pieno di personaggi e storie che si intrecciano. Il tutto sperimentando tecniche espressive che per il mondo Disney erano all’epoca assolutamente nuove.

 Un esempio di tavola di questo "nuovo" fumetto

A questo punto posso smettere di fare il misterioso. Tutti voi avrete riconosciuto il papero più famoso del mondo, il combattente che veste alla marinara (no, aspé… questa era un’altra): Paperino alias Paolino. Ed è attorno a lui che ruota il fumetto di cui scrivo. O meglio, al suo alter-ego Paperinik.

La nascita – o meglio la rinascita – di questo eroe l’abbiamo nel 1996 quando sbarca per la prima volta in edicola la serie Paperinik New Adventures – PK.
L’episodio in questione, il primo di una miniserie dalla cadenza bimestrale, ha il titolo di Evroniani. Gli Evroniani, un popolo alieno che si nutre di emozioni, sono la prima novità di questa serie: esseri intenzionati a sottomettere la razza umana contro cui serve un eroe.
E questo eroe vorrebbe essere altrove…

Nel momento in cui la minaccia Evroniana si palesa, la sfortuna di Paperino lo porta a trovarsi all’interno della nuova torre acquistata dallo zio: la Ducklair Towers, appartenuta a un geniale inventore (nonché miliardario) sparito nel nulla dopo aver ceduto tutti i suoi beni.
Ed è lì che Paperino incontrerà, per semplice sfortuna ancora una volta, l’intelligenza artificiale denominata UNO, ultima invenzione dell’eccentrico miliardario fuggito – come si scoprirà – in cerca di se stesso.
Uno e Paperino stringeranno un’alleanza contro il nemico comune e il loro legame li porterà ad affrontare svariate altre minacce che, di volta in volta, si vanno ad intersecare le une alle altre. Il tutto arricchito da un cast di comprimari che non ha nulla da invidiare a serie a fumetti di altro tipo…

Gli Evroniani: un popolo di succhia-emozioni gerarchicamente organizzato e senza scrupoli

Paperinik, l'eroe, e UNO la superintelligenza artificiale al suo fianco

Il Razziatore: un ladro intertemporale

Xadhoom: Bella, incazzata e in cerca di vendetta

 E molti altri…

Come si colloca questo fumetto nel panorama editoriale? Innanzitutto, visto che di genere si deve parlare, il genere a cui appartiene PK è quello fantascientifico. E, in quest’ambito, la serie si muove perfettamente grazie a battaglie intergalattici, viaggi nel tempo, stati canaglia e nemici super-tecnologici.
I suoi punti di forza sono molteplici: innanzitutto durante la lettura – che sto riscoprendo anche grazie a questa costosissima iniziativa – si avverte costantemente un senso di novità e freschezza che allora come adesso mi rapiscono, mostrandomi la bellezza della fantasia e delle sue creazioni. Freschezza e novità che si inseriscono con forza nel più classico dei mondi fumettistici, quello Disney.
Altro punto a favore della serie è il divertimento che assicura ogni pagina, il tutto a personaggi bizzarri come il giornalista Angus Fangus.

La saga, terminata, si compone di tre differenti serie:

PK – New Adventures: è la serie principale la quale parte proprio da quanto ho descritto in questo articolo. Un paper sfortunato e la minaccia aliena che incombe;

PK2 : è il diretto seguito di PK – NA e parte proprio da dove termina la serie precedente. Il “nostro” eroe si trova a dover sostenere il peso dei cambiamenti (in questa serie si osa) fra vecchi alleati che scompaiono e nuove minacce all’orizzonte. La serie è a detta di molti inferiore alla precedente ma io non la penso così. E’ semplicemente più matura, con meno spazio riservato alla fantasia e un maggiore peso dato alla caratterizzazione dei comprimari.

PK – Pikappa: l’ultima serie, l’unica a slegarsi interamente dal personaggio del ’96 e dalla sua genesi. Rappresenta un nuovo inizio con nuove origini e situazioni interamente nuove. Delle tre serie è quella maggiormente orientata ai giovanissimi mentre la seconda è quella che maggiormente si presta ad essere apprezzata da un pubblico adulto.

Io ho conosciuto PK a 12 anni, da una pubblicità comparsa su Topolino. Me ne sono innamorato. Settimane orsono ho preso uno degli albi della ristampa e… l’amore prosegue.
PK è la dimostrazione di come, in Italia, le cose sappiamo farle e la testa sappiamo usarla. Sì, perché quella pikappica come ho detto è un’idea nostrana.

Grazie per l’attenzione,
Qwerty.

Osare

Osare : avere il coraggio di fare qualcosa!


Dopo la breve lezione di lessico italiano, per la quale ringrazio il sito http://www.dizionario-italiano.it/ dal quale ho preso la definizione, eccomi a introdurre l’argomento del post: il coraggio di fare qualcosa.
Non temete, non è una delle mie celeberrime esternazioni bloggerecce. Parlo di     arti varie: fumetto, musica, letteratura e tutto ciò che verrà. Perché il coraggio serve in ogni dove…

Lo spunto nasce da quanto accaduto nella penultima puntata della serie The Walking Dead, nella quale (come ho ampiamente spoilerato con l’amica _Gre_ nel post precedente) ci saluta quello che a mio avviso è il personaggio più riuscito della serie che, malgrado il successo, solleva non poco clamore almeno nel nostro bel paese.
Non sto qui a scendere del dettaglio della serie, non è il post adatto. Lo spunto, però, c’è: gli autori della serie televisiva (che separo dal fumetto tanto per il fatto che non l’ho letto quanto perché vi sono differenze sostanziali) hanno compiuto in questo senso una scelta coraggiosissima. Hanno confezionato un prodotto, lo hanno offerto ai loro spettatori e, dopo i vari feedback positivi, hanno portato ad uno sconvolgimento che di certo avrà causato qualche malumore. Questo è OSARE.

Stessa cosa accade nella saga che sto leggendo (qui e qui ne trovate un assaggio), dove l’autore osa (e percula, passatemi il termine) in continuazione, lasciando spesso il lettore spiazzato, deluso, irritato e con la maledetta voglia di prendere parte lui stesso in quella storia.

OSARE vuol dire rendere “reale” il prodotto, “vivo” e sempre nuovo. Qualcosa di simile a quei musicisti che ancora oggi si sforzano di sorprendere, di inventare e creare sempre qualcosa di nuovo. Il tutto malgrado come si ben sa “le note sono solo sette”.

La discussione mi richiama un altro mondo abbracciato negli ultimi tempi: bello, affascinante, ma purtroppo stantio. Un mondo che soffre un approccio eccessivamente conservatore e target-oriented che mira a mantenere stabile la fetta di pubblico rinunciando, spesso, a far crescere l’opera con esso. Capita così che un eroe della seconda guerra mondiale che era giovane all’epoca si presenti giovane tuttora con in più un qualche stratagemma che mascheri la cosa come possibile.
Parlo di supereroi, per chi volesse dettagli in più. Ho iniziato a leggere Marvel (c’è anche la Distinta Concorrenza ma lì sono un pesce fuor d’acqua completo) durante uno dei famigerati Crossover, una trama che raccolga attorno a sé tutti gli eroi col marchio Marvel e che abbia il fine ultimo di stravolgere il contesto in cui operano. Nello specifico si trattava di Civil War.

Un Crossover  tutto fuorché banale, scontato o, come comunemente vengono definiti tali fumetti, bambineschi. Lo si può facilmente evincere dalla trama (che copio spudoratamente dalla pagina di cui sopra):

A causa di un’esplosione causata da un supercriminale di nome Nitro, un intero paese venne spazzato via di colpo, e centinaia di persone, compresi moltissimi bambini, persero la vita. Dopo questa vicenda tragica, il governo degli Stati Uniti e l’organizzazione S.H.I.E.L.D., dopo pressioni fatte dai cittadini superstiti e dal resto della popolazione, decidono di introdurre il cosiddetto “Atto di Registrazione dei Superumani” : con questo decreto, il governo degli Stati Uniti d’America avrebbe la facoltà di registrare le identità civili degli individui dotati di superpoteri. La comunità dei supereroi si spacca in due fazioni di fronte a questa decisione: i contrari alla registrazione, che hanno Capitan America come leader, e i favorevoli, capeggiati da Iron Man.

A me sembra anche attualissimo. In questo crossover si osa? Certo che lo si fa, ed è proprio questo che mi ha spinto nel lontano 2007 ad addentrarmi in questo ampio (e dispendioso!) mondo. Alcuni esempi? Due su tutti.

  • Tutti conosciamo l’Uomo Ragno, l’eroe di quartiere e le sue battaglie per tenere il mondo all’oscuro della sua reale identità di Peter Parker, fotografo freelance e squattrinato tanto quanto me. In C.W. Parker, sconvolto per la morte delle persone durante l’attacco terroristico di cui sopra sposa la causa di Tony Stark (Iron Man) e decise di smascherarsi per dare il buon esempio. Un errore che costerà la vita alla sua cara zia May e che lo porterà a indossare il costume nero per dare la caccia – in maniera rabbiosa – ai responsabili della sua morte;
  • Capitan America, leader degli Anti-Atto_di_Registrazione diverrà fuorilegge e, al termine della guerra da cui uscirà sconfitto verrà trascinato in catene a giudizio. Lì un cecchino gli sparerà e troverà una morte che verrà compianta da tutto il mondo degli eroi, in una serie di storie molto belle che contribuiscono a rendere il lettore partecipe della perdita.

Si osa, dunque. E poi? E poi tutto torna come prima. Ad oggi l’Uomo Ragno è ancora dov’era, il mondo non sa che è Peter Parker e zia May gode di ottima salute. Anche Cap è al suo posto, sebbene il suo ruolo sia un po’ diverso e…
E penso che la riflessione possa dirsi al suo termine.
Non è la morte dei personaggi il nodo della questione. Zia May, poi… quegli eventi hanno spinto i personaggi del mondo che io stavo adorando ad evolvere, cambiare. Li stavano facendo crescere: nel bene o nel male.

Quello che sogno di scrivere è qualcosa di reale, vivo e in grado di sorprendere. E la paura di osare non gli appartiene. Spero solo di riuscire a trovare le idee giuste.

Saluti,
Dott. Qwerty.

A Song of Ice and Fire (2)

Ne avevo già scritto un po’, per chi ha memoria labile quanto la mia può andare a guardare qui se lo ritiene opportuno. “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” rappresentano la droga del momento, almeno per quanto mi riguarda. Per colpa di questa saga, pensate un po’, ci sono ben sei albi Marvel fermi sul comò che attendono di essere sfogliati. Ma “Marvel vs Tutto_il_Resto” è un argomento a sé.

Il post lo voglio aprire con una domanda: Perché leggere le cronache?

Presto detto: perché rappresentano qualcosa di unico, almeno per quanto riguarda le mie ben misere conoscenze fantasy. Da Tolkien a Gaiman, da King a Evangelisti, non ne saprò poi tantissimo, è vero. Ma un’idea sono in grado di farmela. Il “Fantasy” di Martin è unico. A seguire alcuni punti a favore della saga.

  • L’accuratezza storica. No, non mi drogo. So che Asoiaf è una saga fantasy e so anche e soprattutto che è ambientato in un mondo immaginario, solo lontanamente simile al nostro Medioevo; un mondo di draghi, di morti che si risvegliano nella notte e di giganti che cavalcano Mammuth, un mondo in cui estati e inverni si alternano in maniera diversa dalla nostra e durano anni e anni.
    Martin, però, con le Cronache è riuscito a creare un mondo vivo, con una sua storia che poco per volta viene snocciolata man mano che i capitoli si susseguono, in un alternarsi di mito e leggenda che gettano ombre su ciò che vero, confondendolo con ciò che non lo è. E la storia dei personaggi si muove coerentemente in questo contesto, seguendo trame che si ramificano sino a intrecciare questa storia.
  • Il realismo. Cos’è il bene? Cos’è il male? Sofismi a parte, bene e male nel nostro mondo sono qualcosa di discutibile. Chi è completamente buono? Chi non lo è neppure per sbaglio? Martin spezza i cliché dell’high fantasy Tolkieniano, riempiendo la storia di personaggi mai totalmente giusti o sbagliati e i cui punti di vista potrebbero finire quasi per toccare il disaccordo dei lettori.
    Il cinismo, poi… un vivo consiglio: non vi affezionate mai a un personaggio della saga. In un mondo vivo, reale, esistono la crudeltà e la sofferenza. Esiste la morte…
    Se come me arriverete ad amare le cronache finirete con l’odiarne l’autore. E io lo odio, in maniera amorevole ma lo odio.

    I Sette Regni

  •  La struttura. I vari libri che compongono Lo Cronache sono suddivisi in capitoli e ognuno dei vari capitoli si rifà ad un determinato punto di vista (Pov – Poin of View), una scelta nuova per la mia esperienza di lettore, spiazzante ma anche e soprattutto affascinante. Un’unica, grande storia, vista con occhi differenti e che porteranno irrimediabilmente a illuminare con una luce tutta loro i vari personaggi che popolano questo mondo. Ogni Pov ha la sua storia personale, il suo onore e la propria onta. E ognuno di essi ha le sue speranze e le sue paure.
    Una cosa che ho, piacevolmente, notato durante la lettura è che la struttura a Pov attenua/annulla l’effetto noia che, ahimé, provo in più o meno tutti i libri. Vien da sé che dopo mille e passa pagine si arrivi a momenti di stanca che spingano il lettore a leggere meno e a subire “tentazioni”. A cosa mi riferisco? Sono il re della non-costanza, non vorrete mica che non provi il desiderio di lanciare un libro che mi annoia dalla finestra e cercarne un altro, vero? Con le Cronache questo accade meno e la struttura a Pov, imho (in my humble opinion) aiuta. Quando un libro viene a noia, la trama non prende, i personaggi non “catturano” etc… è umano l’istinto di attendere con ansia la fine della storia e, se la fine della stessa è lontana, l’istinto di cui si è detto si trasforma in voglia di abbandonare il tutto. Nelle Cronache non accade: ogni Pov gode di vita propria e cattura il lettore a modo proprio, tanto per il suo carattere quanto per le vicende che lo vedono protagonista. Vien da sé che se un Pov annoia, data l’alternanza, l’istinto del lettore passa dal “Quando finisce ‘sto scempio di libro?” a “Quando finisce ‘sto scempio di capitolo?” forte del fatto che fra venti pagine Brandon Stark lascerà spazio a un altro Pov e questo potrebbe essere quel Tyrion Lannister che Tu (Io) ami e di cui vuoi leggere tanto.
    Il primo libro, A Game of Thrones  (in Italia diviso in “Il Trono di Spade” e “Il Grande Inverno”), raccoglie i Pov di otto personaggi: Lord Eddard Stark, protettore di Grande Inverno, con la moglie Catelyn e i figli Brandon, Sansa, Arya e Jon (quest’ultimo nato “bastardo”), Tyrion Lannister detto il Folletto per la sua particolare statura (che – a riprova di quanto detto alla voce realismo – deriva da una malattia) e cognato del Re dei Sette Regni, e Danaerys Targaryen che con suo fratello rappresenta l’ultima della famiglia che ha regnato sui Sette Regni per migliaia di anni prima delle vicende che porteranno agli sviluppi che leggerete sin dal primo libro.
    Problema: la struttura a Pov vi porterà gioco forza a “vivere” il personaggio, i suoi pensieri e le sue idee. Ovvio che se quel cinico di Martin ve lo fa crepare ci restate anche peggio…

    Lord Eddard Stark, nella serie televisiva interpretato da Sean Bean.

  • La magia. Nulla di eccelso, nessun Deus Ex Machina all’orizzonte. Solo oscuri poteri che si risvegliano pian piano, poco per volta e che rinascono come antiche creature scomparse da anni. Non resisto… ci sono i draghi, signori. I draghi.

Venendo alle conclusioni, rifaccio la domanda: “Perché le leggere le Cronache?” , risposta: “Perché Sì.”
Perché non farlo? Perché la saga non è ancora conclusa e il cinico è già anzianotto… forza George, siamo tutti con te!