Nei meandri del mio hard disk

Quando usi un computer per quattro anni, quando nel suo hard disk hai riportato ciò che hai tenuto nell’altro computer per qualcosa come 6 anni (6+4=10; quasi metà della mia vita)… beh, diciamo che scandagliando l’hard disk puoi solo trovare cose interessanti. O degli obbrobri di cui puoi solo vergognarti.

Nell’improvvisata caccia al tesoro ho trovato un file word dal titolo P-F dove la P stava ad indicare un generico progetto (quando parto con qualcosa che non so cos’è finisco sempre per chiamarlo progetto), la F stava indicare le Fiamme, un elemento che all’interno del progetto (letterario, eh, non sono un piromane) aveva un ruolo molto importante.

Il file risale a due anni e mezzo fa anche se la scrittura è un po’ precedente, almeno di un altro annetto. E quando ti ritrovi fra le mani centottanta cartelle del genere, con una storia che è tua, che ti piace e che ingloba tutti i pregi, i difetti e le castronerie che puoi tirar fuori con la tua testolina bacata… beh, è come innamorarsi. Solo che dall’altra parte ci sono solo bit, quindi non c’è il rischio di esser lasciati…

Touché.

Quando scrissi P-F, avevo appena finito di vedere la prima stagione di Twin Peaks e mi ero lasciato prendere al punto dall’ambientazione (un piccolo paesino, gente che sa tutto di tutti, una vita monotona e misteri a cui è meglio non pensare) che quando mi sono messo davanti a uno schermo tutto bianco non ho potuto fare a meno di cercare di ricrearne le atmosfere. E siccome P-F ha un inizio e una fine, diciamo che, in qualche modo, P-F è un progetto vincente.

Gli elementi di cui è composto rendono P-F un ibrido, come tutto ciò che ho scritto/che ambisco a scrivere. C’è il fantastico, rappresentato da antichi viaggiatori secoli prima fermatisi a sostare in una valle dove sarebbe poi sorta la cittadina di Pietra Luce. Viaggiatori che a distanza di anni sono ancora lì, intenti a portare avanti un confronto risalente a un mattino, quando un bimbo spinto dalla curiosità sprofondò in un’insenatura nella terra dove un tempo sorgeva un’antica prigione, La Rocca.
Ma c’è anche – ed è stato l’unico paletto che mi sono preposto – un marcato elemento horror: possessioni, antiche paure che ritornano e che in realtà non sono mai mosse, una misteriosa entità guida che sceglie di entrare in gioco usando un uomo come fosse uno strumento… e c’è la possibilità che niente vada come deve andare e che per il giusto occorrano sacrifici giusti.

Se ripenso alle fasi di scrittura di P-F mi viene da descriverle in un solo modo: divertenti. Perché mi sono divertito, anche quando la scrittura diventava più cattiva, anche quando scrivere di talune vicende e situazioni la rendeva difficile…

Mi sono proprio divertito. Ed è questo che la scrittura, per me, deve essere: divertimento. Poi, magari, “partoriamo” delle boiate. Ma non è la fine del mondo. Anche con le boiate si possono fare i milioni…

L’incipit di P-F:

La cella si aprì. Stava calando la sera, le ombre della notte iniziavano a calpestare il mondo. Niente più schiavitù, niente più prigionia. Colui che fu in catene adesso era libero. E come le ombre, anche lui era pronto a tornare calpestare quel mondo. 

Salut à tout le monde,
Qwerty.

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Il Pozzo e il Pendolo – Ci provo

Nell’ultimo anno mi sono avvicinato, per la prima volta, al mondo dei racconti brevi. Pochi caratteri, piccole storie, spesso in grado di avvinghiare il lettore come poche altre opere. A riprova che non è il numero di parole a garantire la profondità di un testo.

Con questo post inauguro quella che nelle mie intenzioni sarà una serie di post tematici sull’argomento. Obiettivo: presentare, trattare e forse recensire racconti dalle provenienze più disparate. In alcuni casi il racconto potrebbe essere di un nome famoso, in altri potre pescarlo chissà da dove. Il primo racconto che tratterò, come si intuisce dal titolo, è Il Pozzo e il Pendolo, di Edgar Allan Poe.

Innanzitutto, qualche cenno bibliografico. Il Pozzo e il Pendolo, scritto dal maestro Edgar Allan Poe, viene per la prima volta pubblicato nell’opera The Gift: A Christmas and New Year’s Present for 1843 , pubblicata appunto nel 1843 – un anno dopo la presunta conclusione dell’opera.

Il racconto rientra nel novero delle pubblicazioni sul terrore di Poe ed è ambientato a Toledo negli anni dell’Inquisizione spagnola, a cavallo fra il 1803 e il 1813. Non sono a conoscenza delle varie trasposizioni cinematografiche ma, da una rapida ricerca, il più interessante sembra quello del 1961 diretto da Roger Corman. Ma pensiamo al racconto…

La trama

Un processo, l’avvio del racconto è tutto qui. Un inizio in media res, senza che ci sia dato sapere il perché il protagonista si trovi davanti ai giudizi dell’inquisizione. Qualunque sia la sua colpa, il protagonista sembra esserne consapevole. E sembra conoscerne la gravità…

Il processo resta sospeso, fra delirio, sogno e disquisizioni varie che spengono l’obiettivo sulla storia per riaprirlo a verdetto sancito. Quel che resta è il buio di una cella, una sentenza scritta e un pover’uomo che vive l’attesa… perché è questa la tematica più premente, almeno ai miei occhi. L’attesa di un uomo per la propria morte, senza che possa farci nulla…

Il buio della sua cella è tutto ciò che ha, il buio e la forza di conoscere la forma della sua fine. Nella sua mente (e in quella del lettore) si costruisce un angolo dopo l’altro la sua prigione, diventa consapevole di ciò che lo circonda e cerca di capire come arriverà la sentenza fin quando il tutto perde valore in seguito a una caduta che gli salverà la vita. Ma solo per un istante… Perché l’uomo è solo, è in trappola, e la sua sentenza è scritta.

L’attesa chiama il terrore, piega il protagonista e porta con sé i dubbi. Il pozzo e il pendolo, i due volti della tortura, sono due elementi statici: il primo è al centro della stanza, attende l’uomo come l’uomo attende la sua fine. Il pendolo va giù, inesorabilmente giù, lentissimamente giù ma segue un suo sentiero, un suo percorso predefinito. Sfuggirgli non è impossibile, e infatti… ma perché farlo, quando sei al centro di una trappola e il tempo e l’attesa continuano a piegarti?

 

La seconda anima

Un’anima più pressante, frenetica, è quella che si scatena alla fine del racconto. Quando l’uomo – il protagonista – è ormai al culmine, sul punto di cedere. Ma qualcosa si sta scatenando, qualcosa di violento che non richiede altra attesa. Ed ecco che il mondo attorno a lui cambia, accelera e il finale si avvicina…

Un finale di cui non vi scrivo nulla perché a mio modesto parere è la parte meno importante dell’intero racconto, il tempo e l’attesa lasciano spazio all’irruzione della storia nella vicenda e alla fine (?) di tutto richiamando un corso degli eventi che, almeno nel mio caso, avevo rimosso circa a metà del racconto quando ero ormai rapito da tutto il resto.

Non sarò il massimo come recensore (un tale, una volta, mi disse ‘Ti spiegherò due-tre cose in merito’ ma non l’ha mai fatto) ma l’esperimento lo riproverò.

Namaste,
Qwerty.

Tempo al tempo

Scrivere un post con un titolo no sense è un’arte. E in questa forma d’arte sono uno dei primi esponenti al mondo. Ne sono certo.

Avevo in programma per il fine settimana un post-recensione-qualcosa_del_genere su un racconto, il primo di una serie. Sto spulciando, oltre a “I Giardini della Luna” di Erikson, una doppia raccolta con due nomi da urlo: Richard Matheson e Edgar A. Poe. E proprio a quest’ultimo volevo dedicare un post “scrivendo” un po’ de “Il pozzo e il Pendolo”, il celeberrimo racconto del terrore. Volevo, e ho iniziato a scriverlo su Libre-Office. Poi ho eliminato per sbaglio il file e puff…

Ma lo scriverò da capo, tempo al tempo. Intanto mi auto-celebro, contemplo la giovinezza che va via e segnalo che – mai segnalato prima? – ho chiuso il vecchio account di Twitter perché sì e ne ho inaugurato uno nuovo.

Se posso vi followero io altrimenti, boh… chiedete e vi sarà dato.

A presto.

Una volta la settimana ci si sente.

La cosa più bella dei post a cadenza totalmente irregolare e sconclusionata è che quando apri il blog e decidi di scriverci su qualcosa, il 90% delle volte non hai idea di cosa buttar giù. Questo post si colloca in una forbice che va dal 91 al 95% in quanto qualche notiziuola sparsa c’è.

Innanzitutto segnalo un concorso e questa volta lo faccio per tempo. È raro che Qwerty arrivi puntuale ma a volte capita anche questo.

Il concorso di scrittura in questione (per inediti e totalmente gratuito) è HydroPunk-The Drowned Century e come chi è più anglofono di me capirà di certo, il tema portante è un mondo sommerso.

In un periodo che va dal 1899 al 1999 il mondo è andato avanti, per citare il buon Re, ed è andato avanti in un modo che Tu (Io? Boh, forse sì… spero… boh… vorrei partecipare… nd), da concorrente, potrai plasmare a piacimento mischiando storia e fantasia, il tutto all’insegna del mare (e del suo popolo) che viene alla ribalta…

Il concorso è interessante e per ogni informazione vi rimando al link presente sul blog dell’ideatore, Minuetto Express. Come anticipato più su, l’idea di cimentarmi in una bella ucronia mi piace. Vedremo.

La seconda cosa che ho da scrivere, riguarda me stesso medesimo. Ho appena concluso un racconto, un racconto con un inizio e una fine senza che sia una risposta a un bando o ad altra roba del genere. Mi sono messo a scrivere e… tadam.

Erano due anni che non mi succedeva di finire qualcosa che non fosse un mini-racconto, di quelli da una cartella o poco più.

Mi son detto: il racconto c’è, è concluso, l’ho concluso io, è inedito. E io ho un blog, io di rado sul blog ci scrivo e ‘sto blog potrei anche usarlo, volendo, per…

In passato c’ho provato ma lì scrivevo durante e Durante è un nome che non mi piace.

Intanto prendo lo scalpello e mi dedico a M.R.M.D. del testo.

Au revoir. 

Un post super(boh!)

Quello di cui vi scrivo oggi, perché ogni tanto vengo qui e sì, vi scrivo di qualcosa, è Push, pellicola del 2009 diretta dal regista Paul McGuigan – regista scozzese di Slevin – Patto Criminale e di due delle puntate della serie televisiva creata da Steven “mio-eroe” Moffat Sherlock.

Push è un film d’azione che rientra nella serie di film supereroistici che da qualche anno a questa parte stiamo iniziando a ri-ammirare complice il bellissimo Batman di Nolan e l’altrettanto ottimo The Watchmen. Rispetto ai due esempi citati, però, Push rappresenta un prodotto originale, senza che vi sia alcun riferimento fumettistico o letterario dal quale attingere e il risultato, anticipo sin d’ora, è più che discreto.

Perché scrivo di Push? Le ragioni sono due, forse tre. E ve le illustrerò un po’ per volta. Per iniziare, c’è sempre la voglia di scrivere qualcosa e lasciate che per il momento vi basti. Capirete col proseguimento della lettura – sempre che non vi rompiate le palle, è chiaro.

Push, come detto, tratta di uomini che potremmo definire (capirete) super: uomini e donne con particolari poteri che si trasmettono di genitore in figlio. Poteri che vanno dalla telecinesi al veggenza, passando per la forza distruttiva e l’abilità dei segugi. Come fossimo in un gdr, ogni super appartiene a una propria classe: c’è il Trasportatore, capace di spostare gli oggetti con la propria mente; c’è il Distruttore, la cui forza risiede nella voce: così forte da uccidere un uomo distruggendone i tessuti interni; ci sono i Manipolatori, l in grado di distorcere la realtà della gente spingendola a compiere azioni per il proprio conto; e così via, la pellicola narra di Veggenti, Segugi, Saturanti e Occultatori che si muovono in un mondo in cui, da Hitler in avanti, si cerca di usare questi poteri per creare le armi perfette: super soldati, in grado di far evolvere la propria forza a livelli sovrasuperumani. E per farlo, ovviamente, serve un siero.

Come la storia del gracilino Steve Rogers ci insegna, quando c’è di mezzo un siero e la creazione di un’arma sono poche le cose che fanno per il verso giusto. E lo capiranno ben presto le divisioni, super che portano avanti per non meglio precisati poteri governativi questi esperimenti. Obiettivo: trovare il paziente zero, il super in grado di resistere all’iniezione del siero senza che questo voglia dire per lui morte. Questo paziente zero ha un nome all’inizio del film: Kira, interpretata da Camilla Belle. E l’iniezione a cui sopravviverà le darà il potere per sfuggire alla divisione, portandola a vagare per le strade di Hong Kong, città in cui è ambientata tutta la vicenda.

Attorno a Kira ruotano tre gruppi di personaggi:

  • Il gruppo principale è quello che fa capo a Cassie (Dakota Fanning), giovane veggente che ha ereditato da sua madre il potere e una missione che via via si farà sempre più complessa anche e soprattutto per via della marcata fallibilità che caratterizza un po’ tutti i personaggi della serie. Cassie “vedrà” Kira e capirà di doverla aiutare, cercando l’appoggio di un altro super, il trasportatore Nick Grant (Chris Evans);

  • Il secondo gruppo è quello della divisione, capeggiata da un super che mette in moto una fitta rete di veggenti e segugi per trovare il paziente zero e una delle fiale del siero che la donna ha portato con sé;

  • Terzo e ultimo gruppo è quello degli outsiders, una famiglia cinese a capo di una banda a metà fra la triade e La Mano: a metterli sulle tracce di Kira e di Cassie, che nel frattempo si è mossa per trovare Kira, è la più giovane della famiglia: una veggente che porterà il padre e i fratelli a conoscere il siero e ciò che può rappresentare.

A questo punto Push è delineato.

I punti a favore di questo film, quelli che mi porterebbero a consigliarlo sono tre:

  1. L’ambientazione: non so voi ma pellicole di questo genere che ti portano fra i canali d’oriente e i mercati del pesce non ne ho visti molti (leggila così: sono ignorante, se vuoi allegare un consiglio fai pure…);

  2. I personaggi principali sono tutti fallibili e il loro potere è visto più come una sorta di “normocapacità” aggiunta che spesso si trasforma in un’occasione persa. Sarai anche un trasportatore ma truccare una partita a dadi non è che sia tanto facile, caro mio. Meglio aspettare che bussino alla porta e ti offrano il pranzo;

  3. La trama c’è: la divisione, i super invischiati in una fuga che sembra sempre inconcludente, la divisione e le lotte intestine al Porto Profumato… il fascino c’è senz’altro e per una volta il super è un uomo, non un buffone in maschera. I colpi di scena sono molti e alcuni molto ben strutturati.

È tutto oro ciò che luccica? No. Innanzitutto i personaggi: il cast è buono, almeno guardato ai tre-quattro personaggi principali. Quello che lascia a desiderare è la caratterizzazione dei personaggi, spesso delineata appena. Il tutto si riconduce a una sceneggiatura debole, incapace di far fare al film il salto di qualità che, imho, meriterebbe date le premesse. Ma la parte peggiore è senza dubbio il finale: dopo uno scontro esagerato (nel bene e nel male) si arriva alla classica non conclusione all’insegna di due colpi di scena: uno ottimo, l’altro un po’ meno, ma comunque legati a un qualcosa che dovrebbe ancora accadere…

Fosse stato il primo passo per una serie di film, Push sarebbe stato un gran film. Peccato che sembra proprio che Push resterà uno e uno solo e le basi gettate dalla pellicola resteranno tali.

Il voto del Qwerty? 3 che nella scala da 1 a 5 non è malaccio, dai. Magari prima o poi ci faranno un regalo.

Veniamo ai perché, abbozzati in precedenza.

Il primo motivo è che il film – che ho visto giorni fa – mi sarà utile quando fra qualche tempo mi toccherà prendere parte alla Round Robin a tema supereroistico indetta da McNab di Plutonia Experiment: se volete sapere cos’è e come sta procedendo “Due Minuti a Mezzanotte”, andate pure qui a vedere di che si tratta; sono in ritardo, lo so. Ma sono Q.M. e Q.M. sparisce!

Seconda ragione, sottile sottile, è che mi permette di annunciare la seconda stagione di una delle poche serie che ho presentato in passato e che, per fortuna, avrà un futuro più roseo di Push: il 23 Luglio torna Alphas, signori!

Supereroi a iosa.

Saluti e baci, Qwerty Minus.

Vorrei che domani…

Vorrei che domani fosse una giornata normale, una di quelle in cui non c’è niente da ricordare. Un giorno banale dove tutto è solito e nulla è particolare.

Vorrei che non ci fosse niente che porti a ricordare. Il mio desiderio sarebbe quello di vivere – e scusate se mi ripeto – in un mondo normale e scontato dove davvero le uniche cose per cui arrabbiarsi fossero gli scudetti dati alla juventus o le scelte aberranti degli sceneggiatori de Il Trono di Spade.

Vorrei che il mio mondo mi garantisse un 23 Maggio come il 22, come il 24, come tutti gli altri giorni dell’anno. E lo stesso dicasi per il 9 Maggio, che è già passato e per il 19 Luglio.

Vorrei un mondo, una città, quartieri e strade in cui l’eroe può essere il netturbino che renda la nostra vita più piacevole o il parcheggiatore abusivo a cui, se non dai i soldi, stringe le spalle e riprende a cantare la sua canzone in una lingua innominabile. Vorrei che io e mia sorella potessimo essere gli eroi dei nostri genitori e che loro potessero essere i nostri, in un semplice scambio solidale… di quelli che si fanno quando si è bimbi e quel che c’è aldilà di un palmo ci è distante.

Vorrei che potessero non esserci facce tristi né martiri. Che non ce ne fosse mai stato il bisogno e che, anche Tu, domani potessi essere qua a goderti una giornata banale, in una città banale di un mondo banale. Io e te non ci conosciamo eppure ti devo tanto. Avevo tre anni, all’epoca, e prima di cinque-sei anni sei rimasto un’insegna sopra una scuola che non è stata la mia perché il mio comune non ha voluto.

Ti devo tanto e te ne dovrò sempre. Grazie.

La mia parola

Che per voi sia stato un successo, un pessimo esempio di televisione, un capolavoro, qualcosa da trascurare o di cui non sapevate neppure l’esistenza, per me Quello che non ho, programma condotto da Fabio Fazio e Roberto Saviano e andato in onda il 14, 15 e 16 Maggio su LA7, è stato un bel modo di riportare in TV le parole, pure e semplici senza inquinamento di sorta.

Mi ha fatto riflettere ad esempio l’accezione che oggi viene data alla parola onore o a quella di famiglia, spesso legate a doppio filo a realtà che, diciamocelo, non c’entrano nulla con queste due parole.
Ora tocca me, con un invito a chiunque mi legga di prendere una propria parola e fare altrettanto. Non è un meme, non ambisco a lanciare niente del genere. Solo un modo per conoscerci meglio.

La mia parola è SERENITA’.
Ti svegli al mattino, fai ciò che devi e hai il tempo e la voglia di fermarti allo specchio e scegliere chi o cosa essere nel giorno che ti aspetta.
Nessuna scadenza, nessuna urgenza, solo una vita e tu che puoi viverla sapendo che anche se hai poco, quel poco è tale da far sì che tu stia bene. Che gli altri – perché non sei come molti, tu gli altri li guardi e a loro ci pensi! – stanno bene e che la tua giornata non sarà in alcun modo sporcata da cose che non comprenderesti neppure se te le spiegassero. Una giornata senza la paura di sentire che gente senza lavoro finisca per rinunciare a quella stessa vita che tu stai vivendo, senza l’orrore di immaginare te stesso nei loro panni, di pensare come loro e in loro. E senza la paura che un giorno, quella cosa così lontana ti si avvicini.
Stare seduto, puoi farlo. Pensare, puoi farlo. Parlare, camminare, lavorare e anche voler bene, puoi farlo senza sentirti in colpa, senza che ogni momento sia schiacciato da angosce più grandi e più rarefatte.
Sei come una bella giornata che non vede alcuna nuvola all’orizzonte. E ora che ce l’hai ti chiedi come hai fatto a farne a meno tutto questo tempo. Poi ti svegli e la scrivi sulla pagina del tuo blog: SERENITA’.