Un post super(boh!)

Quello di cui vi scrivo oggi, perché ogni tanto vengo qui e sì, vi scrivo di qualcosa, è Push, pellicola del 2009 diretta dal regista Paul McGuigan – regista scozzese di Slevin – Patto Criminale e di due delle puntate della serie televisiva creata da Steven “mio-eroe” Moffat Sherlock.

Push è un film d’azione che rientra nella serie di film supereroistici che da qualche anno a questa parte stiamo iniziando a ri-ammirare complice il bellissimo Batman di Nolan e l’altrettanto ottimo The Watchmen. Rispetto ai due esempi citati, però, Push rappresenta un prodotto originale, senza che vi sia alcun riferimento fumettistico o letterario dal quale attingere e il risultato, anticipo sin d’ora, è più che discreto.

Perché scrivo di Push? Le ragioni sono due, forse tre. E ve le illustrerò un po’ per volta. Per iniziare, c’è sempre la voglia di scrivere qualcosa e lasciate che per il momento vi basti. Capirete col proseguimento della lettura – sempre che non vi rompiate le palle, è chiaro.

Push, come detto, tratta di uomini che potremmo definire (capirete) super: uomini e donne con particolari poteri che si trasmettono di genitore in figlio. Poteri che vanno dalla telecinesi al veggenza, passando per la forza distruttiva e l’abilità dei segugi. Come fossimo in un gdr, ogni super appartiene a una propria classe: c’è il Trasportatore, capace di spostare gli oggetti con la propria mente; c’è il Distruttore, la cui forza risiede nella voce: così forte da uccidere un uomo distruggendone i tessuti interni; ci sono i Manipolatori, l in grado di distorcere la realtà della gente spingendola a compiere azioni per il proprio conto; e così via, la pellicola narra di Veggenti, Segugi, Saturanti e Occultatori che si muovono in un mondo in cui, da Hitler in avanti, si cerca di usare questi poteri per creare le armi perfette: super soldati, in grado di far evolvere la propria forza a livelli sovrasuperumani. E per farlo, ovviamente, serve un siero.

Come la storia del gracilino Steve Rogers ci insegna, quando c’è di mezzo un siero e la creazione di un’arma sono poche le cose che fanno per il verso giusto. E lo capiranno ben presto le divisioni, super che portano avanti per non meglio precisati poteri governativi questi esperimenti. Obiettivo: trovare il paziente zero, il super in grado di resistere all’iniezione del siero senza che questo voglia dire per lui morte. Questo paziente zero ha un nome all’inizio del film: Kira, interpretata da Camilla Belle. E l’iniezione a cui sopravviverà le darà il potere per sfuggire alla divisione, portandola a vagare per le strade di Hong Kong, città in cui è ambientata tutta la vicenda.

Attorno a Kira ruotano tre gruppi di personaggi:

  • Il gruppo principale è quello che fa capo a Cassie (Dakota Fanning), giovane veggente che ha ereditato da sua madre il potere e una missione che via via si farà sempre più complessa anche e soprattutto per via della marcata fallibilità che caratterizza un po’ tutti i personaggi della serie. Cassie “vedrà” Kira e capirà di doverla aiutare, cercando l’appoggio di un altro super, il trasportatore Nick Grant (Chris Evans);

  • Il secondo gruppo è quello della divisione, capeggiata da un super che mette in moto una fitta rete di veggenti e segugi per trovare il paziente zero e una delle fiale del siero che la donna ha portato con sé;

  • Terzo e ultimo gruppo è quello degli outsiders, una famiglia cinese a capo di una banda a metà fra la triade e La Mano: a metterli sulle tracce di Kira e di Cassie, che nel frattempo si è mossa per trovare Kira, è la più giovane della famiglia: una veggente che porterà il padre e i fratelli a conoscere il siero e ciò che può rappresentare.

A questo punto Push è delineato.

I punti a favore di questo film, quelli che mi porterebbero a consigliarlo sono tre:

  1. L’ambientazione: non so voi ma pellicole di questo genere che ti portano fra i canali d’oriente e i mercati del pesce non ne ho visti molti (leggila così: sono ignorante, se vuoi allegare un consiglio fai pure…);

  2. I personaggi principali sono tutti fallibili e il loro potere è visto più come una sorta di “normocapacità” aggiunta che spesso si trasforma in un’occasione persa. Sarai anche un trasportatore ma truccare una partita a dadi non è che sia tanto facile, caro mio. Meglio aspettare che bussino alla porta e ti offrano il pranzo;

  3. La trama c’è: la divisione, i super invischiati in una fuga che sembra sempre inconcludente, la divisione e le lotte intestine al Porto Profumato… il fascino c’è senz’altro e per una volta il super è un uomo, non un buffone in maschera. I colpi di scena sono molti e alcuni molto ben strutturati.

È tutto oro ciò che luccica? No. Innanzitutto i personaggi: il cast è buono, almeno guardato ai tre-quattro personaggi principali. Quello che lascia a desiderare è la caratterizzazione dei personaggi, spesso delineata appena. Il tutto si riconduce a una sceneggiatura debole, incapace di far fare al film il salto di qualità che, imho, meriterebbe date le premesse. Ma la parte peggiore è senza dubbio il finale: dopo uno scontro esagerato (nel bene e nel male) si arriva alla classica non conclusione all’insegna di due colpi di scena: uno ottimo, l’altro un po’ meno, ma comunque legati a un qualcosa che dovrebbe ancora accadere…

Fosse stato il primo passo per una serie di film, Push sarebbe stato un gran film. Peccato che sembra proprio che Push resterà uno e uno solo e le basi gettate dalla pellicola resteranno tali.

Il voto del Qwerty? 3 che nella scala da 1 a 5 non è malaccio, dai. Magari prima o poi ci faranno un regalo.

Veniamo ai perché, abbozzati in precedenza.

Il primo motivo è che il film – che ho visto giorni fa – mi sarà utile quando fra qualche tempo mi toccherà prendere parte alla Round Robin a tema supereroistico indetta da McNab di Plutonia Experiment: se volete sapere cos’è e come sta procedendo “Due Minuti a Mezzanotte”, andate pure qui a vedere di che si tratta; sono in ritardo, lo so. Ma sono Q.M. e Q.M. sparisce!

Seconda ragione, sottile sottile, è che mi permette di annunciare la seconda stagione di una delle poche serie che ho presentato in passato e che, per fortuna, avrà un futuro più roseo di Push: il 23 Luglio torna Alphas, signori!

Supereroi a iosa.

Saluti e baci, Qwerty Minus.

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Osare

Osare : avere il coraggio di fare qualcosa!


Dopo la breve lezione di lessico italiano, per la quale ringrazio il sito http://www.dizionario-italiano.it/ dal quale ho preso la definizione, eccomi a introdurre l’argomento del post: il coraggio di fare qualcosa.
Non temete, non è una delle mie celeberrime esternazioni bloggerecce. Parlo di     arti varie: fumetto, musica, letteratura e tutto ciò che verrà. Perché il coraggio serve in ogni dove…

Lo spunto nasce da quanto accaduto nella penultima puntata della serie The Walking Dead, nella quale (come ho ampiamente spoilerato con l’amica _Gre_ nel post precedente) ci saluta quello che a mio avviso è il personaggio più riuscito della serie che, malgrado il successo, solleva non poco clamore almeno nel nostro bel paese.
Non sto qui a scendere del dettaglio della serie, non è il post adatto. Lo spunto, però, c’è: gli autori della serie televisiva (che separo dal fumetto tanto per il fatto che non l’ho letto quanto perché vi sono differenze sostanziali) hanno compiuto in questo senso una scelta coraggiosissima. Hanno confezionato un prodotto, lo hanno offerto ai loro spettatori e, dopo i vari feedback positivi, hanno portato ad uno sconvolgimento che di certo avrà causato qualche malumore. Questo è OSARE.

Stessa cosa accade nella saga che sto leggendo (qui e qui ne trovate un assaggio), dove l’autore osa (e percula, passatemi il termine) in continuazione, lasciando spesso il lettore spiazzato, deluso, irritato e con la maledetta voglia di prendere parte lui stesso in quella storia.

OSARE vuol dire rendere “reale” il prodotto, “vivo” e sempre nuovo. Qualcosa di simile a quei musicisti che ancora oggi si sforzano di sorprendere, di inventare e creare sempre qualcosa di nuovo. Il tutto malgrado come si ben sa “le note sono solo sette”.

La discussione mi richiama un altro mondo abbracciato negli ultimi tempi: bello, affascinante, ma purtroppo stantio. Un mondo che soffre un approccio eccessivamente conservatore e target-oriented che mira a mantenere stabile la fetta di pubblico rinunciando, spesso, a far crescere l’opera con esso. Capita così che un eroe della seconda guerra mondiale che era giovane all’epoca si presenti giovane tuttora con in più un qualche stratagemma che mascheri la cosa come possibile.
Parlo di supereroi, per chi volesse dettagli in più. Ho iniziato a leggere Marvel (c’è anche la Distinta Concorrenza ma lì sono un pesce fuor d’acqua completo) durante uno dei famigerati Crossover, una trama che raccolga attorno a sé tutti gli eroi col marchio Marvel e che abbia il fine ultimo di stravolgere il contesto in cui operano. Nello specifico si trattava di Civil War.

Un Crossover  tutto fuorché banale, scontato o, come comunemente vengono definiti tali fumetti, bambineschi. Lo si può facilmente evincere dalla trama (che copio spudoratamente dalla pagina di cui sopra):

A causa di un’esplosione causata da un supercriminale di nome Nitro, un intero paese venne spazzato via di colpo, e centinaia di persone, compresi moltissimi bambini, persero la vita. Dopo questa vicenda tragica, il governo degli Stati Uniti e l’organizzazione S.H.I.E.L.D., dopo pressioni fatte dai cittadini superstiti e dal resto della popolazione, decidono di introdurre il cosiddetto “Atto di Registrazione dei Superumani” : con questo decreto, il governo degli Stati Uniti d’America avrebbe la facoltà di registrare le identità civili degli individui dotati di superpoteri. La comunità dei supereroi si spacca in due fazioni di fronte a questa decisione: i contrari alla registrazione, che hanno Capitan America come leader, e i favorevoli, capeggiati da Iron Man.

A me sembra anche attualissimo. In questo crossover si osa? Certo che lo si fa, ed è proprio questo che mi ha spinto nel lontano 2007 ad addentrarmi in questo ampio (e dispendioso!) mondo. Alcuni esempi? Due su tutti.

  • Tutti conosciamo l’Uomo Ragno, l’eroe di quartiere e le sue battaglie per tenere il mondo all’oscuro della sua reale identità di Peter Parker, fotografo freelance e squattrinato tanto quanto me. In C.W. Parker, sconvolto per la morte delle persone durante l’attacco terroristico di cui sopra sposa la causa di Tony Stark (Iron Man) e decise di smascherarsi per dare il buon esempio. Un errore che costerà la vita alla sua cara zia May e che lo porterà a indossare il costume nero per dare la caccia – in maniera rabbiosa – ai responsabili della sua morte;
  • Capitan America, leader degli Anti-Atto_di_Registrazione diverrà fuorilegge e, al termine della guerra da cui uscirà sconfitto verrà trascinato in catene a giudizio. Lì un cecchino gli sparerà e troverà una morte che verrà compianta da tutto il mondo degli eroi, in una serie di storie molto belle che contribuiscono a rendere il lettore partecipe della perdita.

Si osa, dunque. E poi? E poi tutto torna come prima. Ad oggi l’Uomo Ragno è ancora dov’era, il mondo non sa che è Peter Parker e zia May gode di ottima salute. Anche Cap è al suo posto, sebbene il suo ruolo sia un po’ diverso e…
E penso che la riflessione possa dirsi al suo termine.
Non è la morte dei personaggi il nodo della questione. Zia May, poi… quegli eventi hanno spinto i personaggi del mondo che io stavo adorando ad evolvere, cambiare. Li stavano facendo crescere: nel bene o nel male.

Quello che sogno di scrivere è qualcosa di reale, vivo e in grado di sorprendere. E la paura di osare non gli appartiene. Spero solo di riuscire a trovare le idee giuste.

Saluti,
Dott. Qwerty.

Il labirinto del fauno + dissertazioni sul contesto

Che titoloni. Non so se sia il caso di giurarci, al 90% però non ho mai usato il termine “dissertazione” prima di oggi.
Qualche giorno fa, nel penultimo post prima di un semi-forzato silenzio (in compenso l’inglese mi sto accorgendo di conoscerlo meglio di quanto pensassi) ho parlato di un recente acquisto: questo.
In merito ho scritto un post a metà tra il bruttissimo e l’impietoso, non un’immagine, non una notizia editoriale, non una traccia di chi l’abbia scritto. Chiedo perdono, la mia testa è un po’ altrove in questi giorni.

Gli autori de “La Progenie” sono Guillermo del Toro Chuck Hogan. La frittata ormai è fatta, non torno indietro a parlare di un libro che ho iniziato solo ieri. Come faccio spesso ho approfondito a riguardo dei due nomi e, come pensavo, uno dei due non ha molto a che fare con la letteratura. del Toro, che da bravo ignorantone come sono non conoscevo, è un regista e produttore cinematografico.
Proprio nel giorno in cui scrivevo al riguardo degli effetti che può avere leggere un nome su una copertina (qui – nei commenti) ho senza volerlo verificato l’effetto delle mie strambe teorie: mi ero già da due giorni procurato un’opera del “nome” in questione. E che opera, candidato a cinque premi oscar, tre dei quali “presi e portati” a casa. Sono proprio un dannato ignorante. Come on!

Il Labirinto del Fauno – 2006
Regia: Guillermo del Toro
Genere: Drammatico | Fantasy | Mystery
Cast: Ivana Baquero, Sergi Lopez, Maribel Verdù, Daug Jones, Doug Jones, Adriadna Gil

Ofelia è una bimba che vive nei giorni bui dell’Europa. La storia si svolge nel 1944, nei giorni dello sbarco in Normandia. L’Europa è in fiamme. La vicenda si svolge in Spagna, lì la guerra è ormai quasi un ricordo, Francisco Franco ha preso il potere al termine di una sanguinosa guerra civile e i suoi eserciti sono impegnati a “ripulire” le campagne e le strade dalle ultime minacce rosse.
Potrei fermarmi qui, davvero. Senza proseguire né nella trama né nelle vicende più strettamente legate al fantasy. L’ambientazione storica di un film è tutto e se i fanghi della Somalia sono il cuore di Bloody Diamonds e la triste vicenda del genocidio degli Armeni è il perno de La Masseria delle Allodole, ai miei occhi il pregio più grande del film di del Toro sta nel contesto scelto: uno dei periodi più bui e crudeli del novecento visto da un lato nuovo, trascurato tanto da Holliwood quanto dalla letteratura e la storiografia in genere…

Ma non perdiamoci… non perdiamoci. Ofelia è una bimba che accompagna la madre – in dolce attesa – dal patrigno, un crudele capitano franchista impegnato nelle “ultime lotte” di cui ho detto sopra. Vive in un mondo tutto suo, come molte bambine e, quando è sera, appoggia la testa sul pancione della madre e racconta al fratello le sue storie.
Storie che le permettono di evadere, di fuggire, cercando un proprio posto al mondo…

Dai suoi sogni prende forma il fauno, l’emissario del “Re-suo-padre” col compito di riportare la principessa di un mondo che stà altrove a casa.
Il fauno le dice che quella principessa è lei, Ofelia, ma per portarla con sé deve prima verificare che in lei non vi sia ormai una “insuperabile” mortalità. Dovrà affrontare e superare tre prove, la piccola Ofelia, riportare in vita un albero ucciso da un grosso rospo, sopravvivere a un banchetto e…

Ma il fantastico sta sullo sfondo. E’ come un grandi intermezzo fatto di fate e creature magiche in un mondo in cui la magia non esiste, fatto di miseria, codardia e crudeltà.
Un mondo di cui il fantastico è lo specchio stesso e per andare avanti Ofelia dovrà dimostrare di non essere stata contaminata… di essere salva. Di non essere una mortale.

Non è un film per tutti, men che meno di quelli da far vedere ai bambini la notte di Natale. Il sangue, la crudeltà – nella sua immensa banalità, espressa alla perfezione dal personaggio capitano Vidal – e il dolore delle perdite e delle separazioni della guerra stanno al centro di una storia in cui la protagonista è una bimba candida, ingenua, che per non sporcare il proprio bel vestito decide di lasciarlo su di un ramo prima di andare a riprendersi la sua vita principesca.
Non è un film per tutti, lo ripeto, ma chi sa apprezzare le opere un po’ impegnate non può non rimanerne estasiato.
Vivamente consigliato.

Giudizio: 4,5/5

Grazie a tutti.

Fright Night: Vampiri sì, ma questa volta non brillano.

Titolo originale: Fright Night Nazione: U.S.A., Regno Unito Anno: 2011 Genere: Horror, Commedia Durata: 120' Regia: Craig Gillespie

Diciamocela tutta: da qualche anno il connubio vampiri/cinema aka vampiri/letteratura non funziona poi tanto. O meglio, funziona solo su un piano squisitamente commerciale. Per vendere vendono, a un po’ di carbone non si dice mai di no.
Non so se e per quanto durerà questa moda, incalzata dagli Angeli e dal resto, ad oggi la situazione non è delle più rosee.

Nei giorni scorsi ho avuto modo di vedere Fright Night, remake di un omonimo film uscito nelle sale nel 1985 e, sebbene resto dell’opinione di cui sopra, il film non è affatto da buttare.
Si lascia guardare, senza dubbio, spinto da un’idea di base fresca e capace di rimodernare un genere che, almeno nelle sue accezioni più originali, non pare sia in grado di catturare le masse. A questo bisogna aggiungere il cast, di buon livello e senza dubbio all’altezza.

Cosa ti fa pensare che io legga Twilight?

Una frase che da sola riempie i botteghini. Senz’altro. Ed è qui che il film mi ha convinto maggiormente. Ispirato, dissacrante ma pur sempre legato a dei canoni: niente fondotinta brillante, niente giretti diurni fra i boschi o adolescenti invaghite e ingravidate chissà come.
I vampiri di Fright Night sono cattivi, dall’inizio alla fine e Jerry – nome stupido per un vampiro, cosa ampiamente sottolineata dal protagonista stesso – è il peggiore di tutti. Appartiene a un “clan” mediterraneo e vuole insediarsi nella tranquilla cittadina in cui Charley, sua madre e la sua ragazza vivono una vita normale.

Jerry – e questa è un’idea presa pari pari dall’originale dell’85 – è il loro vicino, un operaio che lavora di notte e, di giorno, dorme.
Arriva lui e iniziano le sparizioni in città, sparizioni sulle quali Ed – un amico d’infanzia di Charley – inizia a indagare, cercando di convincere invano il protagonista ad aiutarlo.

Inizia qui una classica storia a metà tra una teen comedy e una storia di vampiri. “Classica” perché, ahimé, in giro ce n’è davvero parecchie.

Non serve un invito senza una casa

Il film scorre bene per una buona metà, poi si perde un po’ nelle parti in cui il dissacrante lascia spazio al trash, diventando a tratti un po’ eccessivo.
A questo contribuisce l’entrata in scena di Peter Vincent, noto maestro dell’occultismo e arteficie di una trasmissione: Fright Night!
Una volta essersi convinto di chi è Jerry – il tutto a caro prezzo – Charlie cercherà Peter e chiederà il suo aiuto. L’esperto di occultismo è in realtà una sorta di pervertito, ciarlatano e senza un briciolo di coraggio. Più che un ammazzavampiri un corridore degno di Bolt: scappare è il suo mestiere.

Peter Vincent in un look alla Jack Sparrow che per fortuna abbandona presto...

Charley, dunque, resta solo. Sua madre, la sua ragazza… un gran peso sulle sue spalle. Anche perché Jerry l’ha puntato e non sembra volersi dimenticare di lui. Con o senza invito, lui li vuole e verrà a prenderseli.
Lo scontro è inevitabile.

Charlie e Jerry in un sentito e appassionante conciliabolo prima che...

Conclusioni, Pro e Contro:

La trama è semplice, una normale storia come tante. Ma la semplicità, almeno per chi scrive, non è una pecca. Il film è ben fatto e a tratti è coinvolgente. Non un capolavoro, certo, ma neppure una delle tante mediocri produzioni “alla moda”.

Pro:
Gli effetti sono ottimi e il cast, come già detto, è all’altezza.
I migliori sono senza dubbio Colin Farrell (nei panni di Jerry, un cattivo più che riuscito) e David Tennant (Peter Vincent), quest’ultimo in grado di rendere Suo il personaggio più stereotipato di tutto il film e di sollevarlo ben al di sopra della sufficienza.
Infine, a costo di ripetermi, ottimo il mix di elementi: da un lato quelli classici del genere, dall’altro un briciolo di modernità che non guasta mai.

Contro:
La sceneggiatura ha delle pecche e spesso, in particolare dopo i primi tre quarti d’ora di film, si perde in “giochetti” che io avrei evitato. Tra il paletto benedetto da San Michele e una casa che esplode senza che nessuno si accorga apparentemente di nulla… dire che il finale è deboluccio è dir poco.
Altra pecca, questa tutta nostrana, il doppiaggio. A Tennant, in particolare, è stata data una voce inadatta. Chi lo ha apprezzato in Doctor Who non può che storcere il naso di fronte a Fright Night. Non mi convince neppure la voce “data” a Toni Colette.
Meno male che c’è la versione in lingua originale…

Owned

Consigliato?
Chiunque voglia un film che si lasci guardare e riesca a intrattenere senza stuprare il mito dei vampiri può guardarlo, non troverà nulla che non sia già sperimentato in serie come Buffy e Angel, per esempio.
Se si cerca qualcosa di più classico, invece, forse è meglio guardare altrove.

Voto:
3/5.
E per me è un ottimo voto, taccagno come sono.

Grazie e alla prossima.

*Le frasi citate le ho scritte solo basandomi sulla mia memoria. Le parole non sono quelle, magari, il succo resta.

**Le immagini sono riprese da Internet. Se i proprietari non gradiscono basta una richiesta e verranno tolte.